Chi sarà il coach dell'anno in NBA?

Analizziamo l'andamento di alcuni dei principali allenatori in NBA: Thibodeau svetta su tutti.
Senza troppi giri di parole Tom Thibodeau è il coach dell’anno. Il perché è molto semplice. A fasi alterne, e non, ha dovuto fare a meno di Derrick Rose, Luol Deng e Rip Hamilton. Nonostante ciò ha portato i Bulls alla seconda vittoria consecutiva in regular season nella Eastern conference.
Non solo. Lo scorso 20 marzo ha riscritto una pagina di storia della franchigia diventando il coach che ha impiegato il minor lasso di tempo a raggiungere le cento vittorie. A battuto Phil Jackson che per stabilire il precedente record aveva dovuto inanellare la stagione record delle 72 vittorie.
A conti fatti i Bulls hanno il sistema di gioco più solido della lega. Difensivamente hanno pochi eguali. Corrono e bloccano in maniera ossessiva. Costringono i propri avversari a cambiare la loro tattica.
Offensivamente non hanno una gran lista di giochi ma comunque sono molto efficaci. La prima opzione prevede la creazione in area per lo spazio necessario alla penetrazione di Rose. Se non trova spazio scarico esterno verso Deng o Boozer per il piazzato. In alternativa, circolazione di palla e lunga serie di blocchi a liberare il tiratore dietro l’arco. Ed in questo sono fenomenali. Se avete tempo e modo guardatevi la terza in gara in stagione con gli Heat e cercate di notare i movimenti con cui Korver si smarcava. Mostruosi.
Un gradino sotto, il generale dell’armata Spurs Gregg Popovich. E’ riduttivo ma se gli argentonero sono ancora una volta nel lotto dei favoriti il merito è suo. Ha avuto il coraggio di togliere dal quintetto titolare Ginobili ma ne ha creato un secondo dove l’argentino può esaltarsi e giocare a piacimento.
Ha dato le chiavi del gioco in mano a Tony Parker. Ha pescato all’ultimo draft Kawhi Leonard, buon tiratore e fantastico difensore, mettendolo immediatamente in quintetto e lanciandolo sulle orme dei migliori attaccanti avversari. Ha gestito al meglio la condizione fisica delle sue tre stelle attempate che lo hanno ripagato con una stagione da incorniciare. Cos’altro? Si è liberato del contratto di Jefferson.
Ha dato un‘ultima possibilità cestistica a Boris Diaw, che per gli Spurs si è rimesso in forma in una settimana, e al figliol prodigo Stephen Jackson che ai play off torneranno utili. Per diventare santo gli manca di compiere qualche miracolo ma abbiate fede, si sta attrezzando.
In un ipotetico podio, sul gradino più basso troviamo Frank Vogel. Alla sua prima stagione completa da head coach ha trascinato gli Indiana Pacers ad un terzo posto stratosferico nella Eastern Conference. Si è lasciato dietro colossi come Boston ed Orlando, che affronterà nei playoff.
Non solo, ha visto anche uno dei suoi, Roy Hibbert, andare all’All Star Game. Ha un collettivo di giovani che fa ben sperare per il futuro. Chissà mai che diventi il primo coach a portare un titolo Nba in Indiana.
Nota a margine per Stan Van Gundy e Mike D’Antoni cui va tutta la stima di questo mondo. Pagano a caro prezzo sulla loro pelle i vizi delle loro superstar.
Il primo si è trovato a costruire una stagione in cui Howard ha prima gridato ai quattro venti di voler abbandonare Orlando, poi ha giurato eterna fedeltà prima di cambiare ancora idea e chiedere la sua testa. Il povero Stan ha resistito stoicamente ma ora si trova con una squadra senza arte ne parte, priva di Howard e Turkoglu, che dovrà in qualche modo cercare di non sfigurare troppo nei play off.
Leggermente diverso il discorso per D’Antoni. La sua testa è caduta ma il baffuto ex coach dei Knicks non ha voluto abiurare. Il suo sistema di gioco non permetteva a Anthony di esaltarsi. Melo ha sofferto per questa situazione e proprio quando D’Antoni stava per accontentarlo, è sbucato Jeremy Lin, il giocatore dei suoi sogni.
Sparito Lin, svanite le vittorie, il malumore è tornato in casa Knicks. Senza il taiwanese è facile ipotizzare che D’Antoni avrebbe abbandonato prima la nave ma questi due casi paragonati alle storie qui sopra sono esemplari di come in certi contesti, quando comandano i giocatori vincere diventa dannatamente difficile.

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