Tracy McGrady: stella cadente ma di grande bagliore

Tracy McGrady

Tracy McGrady

Volge all’epilogo la carriera di un grande giocatore, che per anni ha illuminato i parquet di tutta la Nba.
Dalla stagione 1997-1998, di Tracy Lamar McGrady si continua a dire di tutto, anche di più. C’è chi lo ha definito un perdente, chi ha visto in lui un potenziale numero 1 All-time, chi lo ha considerato buono solo per riempire statistiche personali, poco funzionali alle vittorie di squadra.
Quello che è poco sindacabile però, è che il ragazzo proveniente da Auburdale, Florida, a basket sapeva giocare, come pochi altri nella storia del gioco.
Sarà per il fatto che il mondo sportivo americano tenda a ritenere grandissimi, salvo poche eccezioni, solamente quegli atleti che hanno vinto campionati e premi individuali; sarà che nell’epoca di Kobe prima (e addirittura Vince Carter) e Lebron poi, il numero 1 (solo di maglia?) di Toronto, Orlando, Houston tanto per citarne alcune, è stato sempre messo in secondo piano; sarà per il fatto che si, ha perso e anche male, serie di Playoffs che sembravano praticamente chiuse, ma ogni tanto sarebbe opportuno giudicare uno sportivo semplicemente per quello che sapeva offrire nella propria disciplina; e McGrady con la spicchia in mano, non era inferiore a nessuno.
Scelto da Toronto nel 1997, entrato nella lega con l’etichetta del nuovo Scottie Pippen, T-mac ha vissuto l’esperienza canadese all’ombra di suo cugino di terzo grado, quel Vince Carter che proprio con il nostro, mise in scena uno degli spettacoli più memorabili di sempre nello Slam-Dunk Contest del 2000.
Approdato nel 2000 agli Orlando Magic, con le chiavi della squadra in mano anche a causa dei continui problemi fisici di Grant Hill, “The big sleep” esplode, letteralmente. Stagione dopo stagione, mette in scena tutto il suo incredibile talento, con una serie di prestazioni a dir poco sensazionali. Logica conseguenza dei trascorsi in Florida, è il titolo di capocannoniere che arriva nella stagione 2002-2003 a ben 32,1 punti di media. L’anno seguente si conferma massimo realizzatore Nba con la ciliegina sulla torta dei 62 punti segnati il 10 marzo del 2004 contro i Wizards.
Quest’ultima, è l’annata che segna il divorzio tra il numero 1 dei Magic e la franchigia. Prossima fermata i Rockets di Houston, Texas.
Sulla scia delle annate precedenti, regala lampi di classe cristallina. Difficilmente replicabile è quanto fa nel finale di una partita contro gli Spurs, il 9 dicembre del 2004 e che è la chiara dimostrazione di quanto il soggetto in questione avesse nel proprio arsenale doti affatto comuni.
Sotto nel punteggio in doppia cifra contro Duncan e compagni, realizza nei 35 secondi finali ed in modo apparentemente inspiegabile, 13 punti di fila che ribaltano una partita da tutti, anche dai Rockets stessi, data per finita.
La squadra è forte, con Ming forma uno delle coppie più immarcabili del lotto, i risultati però non arrivano. La “colpa” non è mai di un singolo, comunque. Vero che T-mac buca qualche gara, altrettanto vero è che anche in postseason non sono poche le partite di spessore giocate dal natìo della Florida.
Com’è come non è, la guardia finisce sotto la lente d’ingrandimento dei critici. E’ un altro, ad ogni modo, l’aspetto che caratterizza e caratterizzerà in futuro le sue performances, gli odiati infortuni.
L’esperienza texana dà il via, infatti, ad una serie interminabile di guai fisici che ne limitano presenze, prestazione e autostima. Problemi alla schiena, alle ginocchia, alle caviglie svolgono un ruolo chiave nel ridimensionare le potenzialità di McGrady.
Dopo l’esperienza con Houston, chiusa nel 2009, inizia una nuova fase di carriera che dura ancora oggi. New York, Detroit, Atlanta sono le ultime tre squadre in cui il nostro ha fatto intravedere lampi di bagliore a fronte di una discontinuità cronica data da infortuni ed età che avanza.
Di queste ore è la notizia di un provino con i Bobcats, forse l’ultimo tentativo per abbagliare ancora una volta gli occhi di chi crede che, perdente, svogliato o egoista che fosse, sia stato prima di tutto un giocatore che con la palla in mano faceva quello che voleva, come solo i più grandi sanno fare.
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