Antonello Riva: «Fermo, forse perché non sono bravo a... paraculare»

Antonello Riva

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Può capitare di rimanere fermi un giro. Per Antonello Riva la sosta forzata ha qualcosa di inatteso e di spiazzante, perché è la prima dopo 35 anni: «Quando mi alzo, la mattina, e l’ho sempre fatto con il pensiero della pallacanestro, mi gira un po’ la testa e vago un po’ a vuoto senza sapere dove andare. Faccio fatica ad abituarmi a questa inattività», dice con una punta di sarcasmo dalla sua casa di Veroli, dove è tornato ma senza nessun ruolo dirigenziale. 

«Sono una sorta di consulente esterno, ho iniziato ad occuparmi di marketing per dare una mano al presidente Zeppieri, che è prima di tutto un amico. La sto vivendo come un’esperienza nuova, ma il campo mi manca tantissimo, non lo nego, lo dico come uno che dopo aver smesso di giocare anche da GM è rimasto sempre vicino alle squadre per cui lavoravo. Più in palestra che in ufficio, per intenderci».
Ripensando a Roma, dove l’esperienza si è interrotta, il rammarico è più forte del rimorso: «Potrei dire tante cose su come è andata a finire, ma non voglio passare per quello che rimescola. E’ finita male, con cinque sconfitte di fila che hanno cancellato tutto il buono fatto fino a quel momento, nonostante un’annata difficile, piena di infortuni: vedi Maestranzi, Datome. Dasic. Sarebbe bastato poco per trasformare la stagione regolare da deludente a dignitosa, magari una gestione migliore in alcuni casi. Mi riferisco alla cessione di Dedovic o all’aver detto bruscamente a Tucker di cercarsi un’altra squadra, cose che francamente mi hanno deluso. E per dirla chiara, mi dispiace anche di non aver avuto la possibilità di agire liberamente».
- Poi, ad un certo punto il presidente Toti ha annunciato il suo disimpegno.
«Le incertezze sul futuro hanno pesato, però più il tempo passava e più cresceva la speranza che ci pensasse e di conseguenza che io potessi continuare il mio lavoro, sensazione che si era rafforzata quando ad esempio, a giugno, Bottai disse che se ne sarebbe andato a Bologna. Invece Toti è sì rimasto, ma solo ai primi di luglio mi ha comunicato che io non facevo più parte del progetto. A quel punto era già un po’ tardi per trovare un’altra squadra. Ho parlato con diversi club, ma per vari tipi di problemi non ho trovato nessun accordo. La dico tutta: anche perché sembra che nella pallacanestro italiana una figura come la mia, di GM strettamente vicino alla squadra sembra che non se ne senta la necessità».
- Ci sono stati contatti anche con Cantù e MIlano?
«Sono state le società più importanti della mia carriera. Là sarei andato non dico anche a fare il magazziniere, ma sarei stato disposto ad ogni tipo di incarico. Però non esistevano le condizioni per un mio arrivo, almeno non per un dirigente con un’operatività vicino a giocatori e allenatore come desideravo io. Intendiamoci, non esiste un solo concetto di GM: un conto è farlo a Capo d’Orlando o a Cantù, A Bologna o a Roma. Il mio modo è quello di studiare i giocatori e di stare quanto più a contatto diretto con atleti e staff tecnico».
- E allora, un’esperienza diversa, in attesa di un’altra occasione operativa, per riprendere il discorso interrotto.
«Il basket fa parte della mia vita da 50 anni, cioè da quando sono nato, non ho certo intenzione di rassegnarmi. Adesso porto avanti il progetto di Veroli per le imprese del territorio, nulla di tecnico, lo ripeto, ma continuo a tenermi aggiornato sulla pallacanestro, soprattutto sui giocatori. Mi piacerebbe fare magari il commentatore in TV, ma in questo, come in altri settori, temo che oggi sia necessario essere bravi a “paraculare”. Ed io non lo sono mai stato».

Franco Montorro

Direttore Basketnet.net

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