Lettera aperta a Sergio Scariolo

Caro Sergio, a questo punto appaiono evidenti alcune cose, riguardo
alla tua squadra e al tuo modo di dirigerla. Parliamo ovviamente solo
dell’EA7, non della nazionale spagnola e qui viene a galla il primo
sospetto, quello sulle tue difficoltà a riconvertirti, per così dire,
da selezionatore ad allenatore. Da tecnico che lavora nel breve e per
gare ravvicinate, con poche scelte sui giocatori, perché deve solo
prendere il meglio di quello che c’è, e che in Spagna è tanto, a coach
con responsabilità di mercato che i giocatori deve cercarseli in
competizione con altri e per impiegarli dall’autunno alla primavera
inoltrata. Nel primo caso, poi, tutti i tuoi giocatori hanno
un’identità di base, la crescita nello stesso campionato, e uno
spirito nazionalistico che in un club sono quasi sempre evanescenti.

La tua Olimpia, in più, ha uno spirito da “provinciale”, cioè piccola
con le piccole e grande con le grandi e questo vale a qualsiasi
livello in società: grandi proclami, ammiccamenti alla NBA, petti
gonfi per l’amichevole contro Boston (poi comunque coincisa con una
prestazione abulica). E 22 punti sul groppone ad Avellino. Una
vittoria franca a Siena, che deve essere stata interpretata come la
realizzazione del modo di dire “Giustizia è fatta”. E 105 punti subiti
in casa da Venezia, per tacere del precedente scivolone interno con
Reggio Emilia e delle analoghe batoste in Eurolega.

Non starò a menarla ancora con le evidenti scelte sbagliate di mercato
e con la necessità che Giorgio Armani venda ancora molte giacche e
pantaloni per tirarsi su il morale davanti all’obbligo di mettere
ancora mano al portafoglio, però a questo punto un tuo “mea culpa” è
il principale atto dovuto e credo che il popolo Olimpia non si aspetti
da te solo uno “Scusate ho sbagliato”, ma una definizione precisa
degli errori e della strategia per rimediarli. Fuori l’elenco delle
cose che non vanno, oltre alla difesa, e i nomi di chi non ti sta
seguendo a dovere. A cuore aperto, in un gruppo dove peraltro non
dev’essere quello cardiaco il muscolo più sviluppato.

Questo, oltre che il momento giusto per farlo e dare una scossa alla
squadra, è anche l’ultimo momento buono per mantenere alta una tua
considerazione generale che invece sta sempre più cedendo ai luoghi
comuni. Perché, sai, quando leggo che vieni ancora etichettato come il
“gellato” o quando si fanno commenti sulla montatura alla moda dei
tuoi occhiali, mi sembra essere tornato indietro nel tempo, ad oltre
20 anni fa, alla polemica indotta ad arte da Cesare Rubini sugli
allenatori in giacca e cravatta e con il gel. Da allora tu hai fatto
parlare di te per i tuoi successi professionali. Indipendentemente da
come finirà la stagione l’Olimpia mi piacerebbe scrivere di altro,
riguardo a te. Soprattutto leggere di pallacanestro ben allenata, non
di immagine ben curata. Il bell’aspetto deve essere quello della
squadra in campo e come tutti sanno dietro la migliore sfilata c’è un
lunghissimo lavoro di preparazione e ci deve essere un fortissimo
rapporto di intesa. E i giornalisti del basket, lo sai, sono assai
meno morbidi di quelli della moda e hanno in più l’obbligo-vantaggio
di rivolgersi ad un pubblico generalmente esperto in materia. Ecco
perché torno a consigliare chiarezza nei confronti di chi ti segue,
non c’è  niente di male a rappresentare un modello perfetto sulla
carta, che poi però tagliato, cucito e indossato non cade a pennello.
Basta saper lavorare bene per sistemarlo. Buon lavoro con forbici, ago
e filo nello spogliatoio, coach. Se bastasse solo quello...

Franco Montorro
Direttore BasketNet

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