Valerio Bianchini, l’Arcitecnico:«La solitudine dell’allenatore»

Valerio Bianchini

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Sono convinto che tra i molti motivi del declino del basket ci sia anche l'impoverimento del ruolo dell'allenatore e che  non si tratti di impoverimento tecnico, ma di tutt'altro. La mia generazione ha goduto di un ruolo di centralità dell'allenatore nella vicenda societaria, per una ragione molto semplice: a lui toccava il microfono per comunicare al mondo esterno la sintesi di tutto ciò che accadeva tra le mura della società. 

Prima e dopo ogni maledetta domenica di campionato il coach si trovava tra le mani il famoso microfono e con esso, che gli piacesse o no, egli diventava il tramite tra la squadra, la società, la stampa, i tifosi e il territorio. Il presidente di una società parlava sì e no due volte l'anno, mentre il suo coach, senza magari rendersene conto, ne era il portavoce settimanale e colui che comunicava all'esterno un' immagine non solo della squadra ma anche della società.

Le diverse personalità degli allenatori poi accentuavano, chi un aspetto e chi un altro della comunicazione. C'era chi faceva dell'analisi tecnica il suo punto fermo, chi utilizzava la comunicazione per giocare la partita sulla stampa prima ancora che sul campo, chi faceva “politica” sugli arbitri e le designazioni, chi utilizzava le interviste per “parlare a nuora perché suocera intenda”, facendo sapere ai propri giocatori qualcosa che non si voleva esprimere in chiare parole.

Ma gli allenatori più amati dai giornalisti e dai tifosi erano quelli che, oltre naturalmente a vincere un certo numero di partite, erano anche capaci di fare una narrazione della squadra e delle diverse personalità che la componevano, di estrarre cioé da tutto quello che succedeva durante la settimana in allenamento, in spogliatoio, in pullman, elementi narrativi con cui illuminare il lato umano ed emozionale della loro avventura sportiva. Con quegli elementi narrativi i giornalisti avrebbero fatto poi quei titoli che avrebbero attirato l'attenzione di lettori laici, non necessariamente interessati al basket. E quella era grande comunicazione.

Tutto questo esiste ancora ovviamente, ma in forma molto più limitata.
La ragione non sta nel disinteresse degli allenatori italiani alla comunicazione che non sia solo tecnicistica, ma piuttosto nella loro precarietà, nel vedere venir meno i loro strumenti gestionali a causa della globalizzazione, della libera circolazione, dell'ossessione del risultato immediato. Ma anche della loro solitudine.

La mia generazione, nelle squadre più organizzate, godeva di un forte nucleo di giocatori italiani su cui imbastire un discorso tecnico di squadra che andava oltre il panettone di Natale. Inoltre il coach aveva un formidabile alleato nel General Manager o Presidente Operativo che supportava il coach nei confronti dei giocatori e della proprieta'. Se penso alle squadre vincenti del passato, mi richiamo naturalmente ai loro grandi allenatori, ma subito al loro fianco mi appaiono i grandi dirigenti che preparavano loro la strada: Rubini e Bogoncelli, Nikolic e Gualco, Taurisano e Morbelli, Tanjevic e Sarti, Messina e Porelli ecc.

Oggi molti allenatori si sentono isolati e indifesi tra giocatori in transito e dirigenti aziendalisti e questo li rende tremendamente esposti alle burrasche dei risultati. Peggio ancora quando il coach si assume anche il ruolo di General Manager, addossandosi compiti, di cui può avere la competenza ma che non ha il tempo di assolvere e sdoppiando in modo schizofrenico agli occhi dei giocatori la propria immagine, loro complice e loro giudice al medesimo tempo.

Ma proprio per questo non è più il tempo dei “cani sciolti”. Tradizionalmente gli allenatori hanno vissuto come capitani di ventura, cambiando casacca e arcione ad ogni volgere di campionato, magari amici dei colleghi nella vita, ma sempre avversari nella professione, nemici in campo, ma anche al telefono con gli agenti, aspettando che si liberasse un posto di lavoro. Oggi la crisi economica ha accentuato ancora di più la debolezza del ruolo. Gli allenatori contano meno e si crede che possano essere sostituiti con minor danno. E questo ad ogni livello, dalla serie A ai campionati dilettanti.

I “cani sciolti” si devono riunire in branco per essere visibili.

Lunedì 3 e martedì 4 dicembre, presso i Comitati Regionali  si apriranno le urne, in cui solo gli allenatori, sia professionisti che dilettanti, porranno il loro voto per indicare i delegati all'Assemblea Generale di gennaio, i quali a loro volta sceglieranno il rappresentante degli allenatori nel prossimo Consiglio Federale. Tradizionalmente, dei 13.000 allenatori italiani nelle passate elezioni, molto pochi si scomodavano per andare a votare. Io personalmente confesso di non averlo mai fatto. Eravamo cani sciolti, convinti di bastare a noi stessi. Ma non è più quel tempo. Ora il loro Consigliere deve essere espresso davvero dalla base e rappresentare davvero la volontà di una maggioranza di allenatori consapevoli e coinvolti. Quella massa che attraverso la Rete, ormai può rendersi partecipe delle scelte di fondo che il basket dovrà affrontare sotto la guida del nuovo Presidente.


Valerio Bianchini

valeriobianchini@hotmail.com

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