Elezioni Fip: conto alla rovescia

Si vota fra sei giorni, o per meglio dire si approva ufficialmente quanto già deciso: il ritorno di Gianni Petrucci alla guida della Federbasket e, con pochi dubbi, la ricomposizione di un Consiglio Federale anagraficamente non verdissimo.

Sia chiaro: io mi sono sempre opposto alla generalizzazione del “Largo ai giovani”, preferendo l’assai più disatteso “Largo ai bravi” e dunque non sto a questionare qui e ora su date di nascita e su militanze più o meno lunghe; nemmeno su un sistema elettorale cementificato.

Gianni Petrucci - che è l’utile migliore - concorre però contro nessuno e questa è la vera, prolungata tara della pallacanestro italiana: l’assenza quasi in ogni dove di alternative. Avrebbe vinto a mani basse, ma in quale altro settore pubblico italiano c’è una mancanza di competitori in una consultazione elettorale? Anche chi non ha speranze si candida perché intanto le sue idee vengono considerate e valutate e magari fra queste ce ne sono di buone da tenere in considerazione. Nella pallacanestro italiana, no. Dal 1999 c’è un candidato unico, qualche maretta preventiva localmente e una spartizione dei poteri preventiva. Soprattutto non c’è, perché non ce n’è bisogno, nessuna campagna elettorale e infatti nessuno si premura nemmeno questa volta di spiegare cosa farà e cosa vorrà, perché tanto non ci sono alternative e al giornalista che chiedesse lumi sui programmi verrebbe risposto che se ne parlerà a cose fatte, cioè confermate. 

Ed allora, nel pomeriggio del 12 gennaio, Gianni Petrucci parlerà delle giornate che tornano ad allungarsi, cioè della fine del lungo inverno che ha intirizzito il basket italiano, della Nazionale, degli indigeni. Tutto molto bello, però poi si dovrà passare alle deleghe e queste riguarderanno persone che più o meno si occupavano già della materia negli ultimi anni e con risultati sotto gli occhi di tutti. Ora, io conosco la maggior parte di loro e di tutti ho stima e sentimenti di amicizia che non mi impediscono, anzi mi obbligano, a chiedere loro chiarezza. Sul perché le necessarie riforme non sono state pensate o attuate, sul perché dovremmo dare maggiore credito a questo nuovo governo e se vogliamo anche su qualche forse doverosa autocritica per le occasioni sprecate nel corso della presidenza Meneghin. Bella di facciata, perché poi a Dino si chiedeva soprattutto rappresentanza, inefficace nella sostanza.

Non chiedo autoaccuse, basterebbe l’ammissione che certe cose non si potevano fare perché... Perché, appunto?

La mancanza di alternative è più grave al top del professionismo e non mi riferisco alla carica istituzionale di Valentino Renzi, ma alle strategie messe - o non messe - in atto da club sempre più scollati, distanti, distratti. 

La Lega Basket ha smesso di fare politica sportiva e promozione di se stessa, navigando in una routine che ha abbassato la qualità della sua presenza. C’è una certa stabilità nella presidenza, dal momento che Renzi va per il completamento del quadriennio quando dalla fine dell’era De Michelis si sono succeduti nove titolari in 16 anni, ma è sempre più un’ordinaria amministrazione e probabilmente, con il ritorno di Petrucci, una sottomissione alla Fip.

Mancando alternative, si vede che a Roma come a Bologna come in tutta Italia è un ordine costituito - ripeto che non faccio riferimento ai presidenti, ma al “corpo elettorale” - che va bene e sta bene così.

Se qualcuno ha voglia e motivo di parlare fuori dal coro, questa è una tribuna aperta.


Franco Montorro

Direttore BasketNet

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