Lettere Maiuscole: la posta di Franco Montorro

«Caro Direttore, anche ieri hai infierito su una Virtus che poveretta a Cantù si presentava a ranghi ridottissimi».

Alessandro - Bologna

Definire la Virtus “poveretta” è già una condanna ad una squadra e una società che nello specifico ho valutato nel complesso del suo girone di andata.

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«Caro Franco, non mi interessano più le giustificazioni intorno alla Virtus Bologna, cioè lascio perdere i personalismi dell’AD e la Fondazione in sé. Mi va di parlare solo della squadra: male costruita, quando non improvvisata (è stato giustamente fatto notare che Moraschini e Imbrò non ne dovevano fare parte), protetta  da alibi improvvisati come quelli di Poeta che da tanti mesi senza interruzione deve cantare e portare la croce, senza carattere, allenata mi verrebbe da dire al minimo sindacale. Poi ci si meraviglia se parte del tifo fa lo sciopero? La sorpresa, per quello che mi riguarda, è che ci sia ancora così tanta gente che spende soldi per vederla».

Nicola - Castenaso (BO)

Anche se ne spende in media pochini, già. Vorrei aggiungere solo una considerazione a riguardo della giustificazione per una persona che stimo, Poeta, e che comunque sono sicuro non si sia mai lamentato per troppo lavoro: c’era un tempo non troppo lontano in cui giocatori della Virtus passavano intere annate con pochissimo riposo, vuoi per gli impegni delle loro nazionali come per quelli del club in Eurolega; il che mi sembra compensasse ampiamente l’eventuale maggior utilizzo di alcuni, oggi, perché in panchina mancano valide alternative.

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«Dodici anni dall’ultimo successo italiano in Eurolega, nove dall’ultima medaglia della nazionale maggiore. E’ il periodo più buio di sempre, per quanto riguarda i risultati?».

Luciano - Trieste

Sì e non solo per i risultati in campo internazionale. Ad esempio, siamo diventati uno sport che nessuno va più a cercare: come quelli che alle feste fanno “tappezzeria”.

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«Varese può vincere lo scudetto?».

Fabio - Busto Arsizio (VA)

Il primato del girone di andata non è scritto sulla sabbia, ma mi auguro che un’analoga domanda possa essere fatta alla fine del ritorno anche per altre squadre. Non è un caso se nel periodo d’oro della nostra pallacanestro - dal 1976 al 2006 - i campionati iniziavano con più d’una pretendente al titolo e capitava che anche la quinta sulla griglia di partenza dei playoff lo vincesse.

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«Direttore, senza se e senza ma mi dici qual è il tuo giocatore preferito?».

Martina - Bologna

Larry Bird. Fra tutti quelli in attività, Manu Ginobili. In Italia Gigi Datome.

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«Sarà una considerazione da “Echissenefrega?”, come da memorabile rubrica sullo “Zibaldone” del  Guerin Sportivo, però da quando è stato permesso che i numeri di maglia dei giocatori potessero andare oltre il 20 non c’è stata una doppia cifra entrata nell’immaginario collettivo. Voglio dire: l’11 di Meneghin, il 14 di Marzorati, il 9 di Morse, il 4 di Brunamonti...».

Marcello - Ferrara

Delle pagine citate sono stato spesso divertito responsabile, grazie all’intuito di Marino Bartoletti. I numeri? Non ci sono personaggi e non c’è quasi marketing sull’abbigliamento sportivo. Vale anche per la NBA, credo: i 23, i 32, il 33 di Chicago, Los Angeles e Boston non hanno riscontro oggi, nemmeno per LeBron e Kobe.

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«Caro Franco, cambiano i tempi, le mode, le persone. Però, se Aldo Giordani era stato un precursore con i suoi pallini mi chiedo perché siano tramontate le brucianti 10-domande-10  o il giochino del “Giù dalla torre” che meglio di ogni altro sistema obbligavano un giornalista ad uscire allo scoperto. Che ne pensi?».

Marco - Roma

Vero e infatti mi aspettavo che fossi il primo a riproporli. L’assist non è solo per te, ovvio.

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