L’Arcitecnico Valerio Bianchini: il rischio del ritorno al passato

Valerio Bianchini

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Ho letto con grande interesse, come sempre mi capita quando mi imbatto nei suoi scritti, le considerazioni di Sergio Tavcar sui possibili sviluppi futuri del basket italiano. Premetto che il suo incipit è stato un vero colpo basso quando mi ha ricordato la rivista “Open” di Franco Bertini, che io ho visto nascere e alla quale ho spesso contribuito e che testimonia, se ce ne fosse bisogno, l'alto livello di intelligenza, di ironia, di sarcasmo che il milieu cestistico pesarese riusciva a esprimere in quei tempi.

Giustamente Tavcar ricorda come, sin da allora, si dibattesse il problema dell' opportunita' di mantenere la garrota, costituita dal binomio Promozione-Retrocessione, in un sistema che già preludeva alla futura Euroleague, cioè a un campionato europeo di forti connotazioni professionistiche. E Pesaro, unica in Italia, proprio in quel tempo cominciava a costruire un palazzo dello sport che avrebbe potuto accogliere le nuove dimensioni del futuro. 

Certo le perplessità su un sistema a franchigia non erano poche e sono le stesse che Tavcar evoca ancora oggi: i club italiani sono delle case di identificazione sportiva, svolgono un compito di aggregazione che le franchigie NBA ignorano, si occupano dell'attività giovanile in sostituzione della scuola, completamente estranea alla funzione educativa dello sport. I club hanno forte radicamento territoriale ed esprimono una valenza identitaria a vantaggio della vita delle comunità. 

Tutto ciò era verissimo negli anni Ottanta ma in seguito, la globalizzazione ha fortemente annacquato questi tipi di legami territoriali. La libera circolazione dei giocatori internazionali, la deregulation degli scambi possibili in ogni momento della stagione regolare, ha finito per destrutturare quelle organizzazioni di club che, tra l'altro, avevano prosperato in regime di vincolo, cioè potendo monetizzare la proprietà dei cartellini. Questo ha minato alla base il reclutamento e la formazione dei giocatori, che i grandi club, eccettuati pochi eroici esempi, non avevano più interesse a coltivare, essendo più economico approvvigionarsi di atleti provenienti dall'intero orbe terraqueo. Porto sempre l'esempio di Cantù che è stata per anni una fucina inesauribile di forza-giocatori che poi distribuiva su tutti i campionati e che con la globalizzazione, prima di diventare con Cremascoli la realtà da Euroleague che è oggi, aveva semplicemente riconvertito il suo know-how nello sviluppare i talenti, trasferendolo sui giovani stranieri che reclutava, formava e poi cedeva alle società economicamente più forti.

Dalla caduta del muro di Berlino, il mondo è cambiato con una velocità impressionante e questo cambiamento è ancora in atto e riguarda ovviamente anche lo sport. Il problema è che il basket ha continuato a far finta che niente fosse cambiato e non e' stato capace di inventarsi un nuovo modo di proporsi alla gente.

Concordo con Tavcar quando rimanda all'esempio dell'Eurolega. Un sistema misto in cui si rispetta in parte il diritto sportivo, ma dove parallelamente si favoriscono le realtà che possono presentarsi alla ribalta con i requisiti necessari al mantenimento di una Lega su livelli competitivi con altri sport. Ad oggi la Lega corre il rischio che, se Biella o Pesaro retrocedessero, potrebbero essere sostituite con una neopromossa che gioca in un capannone con le luci fioche e senza infrastrutture. E questo non è ritorno al futuro, è ritorno al passato.

Valerio Bianchini

valeriobianchini@hotmail.com
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