Reggio Emilia, il bilancio dell'A.D. Dalla Salda: 'La paura di retrocedere e' stata la nostra forza'

Alessandro Dalla Salda, come ci si sente ad essere l'Amministratore Delegato di una "grande eccellenza reggiana"?
«Penso che l'eccellenza ce la siamo meritata sul campo. Le parole di patron Stefano Landi volevano essere un segnale per dire "Attenzione, ci siamo anche noi". La serie A non è che sia così semplice da mantenere, soprattutto con quella che è la crisi che ha coinvolto tutti. Noi stessi siamo qua a fare molta fatica per portare avanti questo progetto. Vuole essere un motivo di vanto per Reggio Emilia, perché mai come adesso tutte le componenti stiano godendo di questi successi. La cosa devo dire mi fa piacere, ma mi fa stare tranquillo, perché non ci dimentichiamo i momenti belli del passato e pure quelli brutti. E questo fa sì che non ci facciamo prendere dai facili entusiasmi quando le cose vanno bene e da eccessive depressioni quando vanno male».
Che bilancio stili di questo girone d'andata?
«La valutazione è positiva. Ti confesso che in noi c'era la curiosità di capire che ruolo potevamo recitare in un campionato da cui mancavamo da cinque anni consapevoli che lo staff e gran parte del tessuto della squadra non è stato modificato. Siamo stati capaci di fare le scelte giuste in sede di costruzione della squadra e piano piano abbiamo capito che eravamo competitivi contro quasi tutti. Ricordo la mattina della prima partita con Siena, quando ho tenuto il tradizionale discorso alla squadra dissi: "Lasciamo perdere quello che dicono e scrivono. In questo campionato ci sono tre, quattro squadra fuori portata, e con tutte le altre ce la giochiamo. La differenza saranno nelle motivazioni e nella capacità di fare gruppo".
Quindi soddisfattissimi della classifica anche se, e te la devo dire tutta, ci mancano due punti. Quelli con Brindisi che per errori nostri sul campo li abbiamo buttati via e per inesperienza con Venezia. Ecco ci manca una vittoria in quelle due partite».
Due passaggi difficili di questo inizio di stagione sono stati rispettivamente l'infortunio a Robinson e ii percorso tortuoso della sua sostituzione e l'inizio di campionato con tre sconfitte consecutive. Ecco, come avete gestito questi due passaggi delicati?
"Capitolo Robinson. Io credo che l'abbiamo gestita in modo corretto pur senza essere sempre completamente coordinati su ciò che volevamo fare. Voglio essere del tutto onesto: per me Dawan Robinson, nel momento in cui ha avuto quell'incidente, era un capitolo chiuso. Però bisognava tenere presente "l'amore' di un intero staff per la leadership e per ciò che Dawan ha dato alla causa. In quel frangente abbiamo certamente perso un po' di tempo, che è stato quel mese in cui lui è arrivato a Reggio e si è capito che non era idoneo e il periodo che gli abbiamo concesso per rimettersi in forma. Però anche le scelte più o meno sbagliate le abbiamo vissute come un gruppo vero, perché, anche se magari non erano le migliori possibili, abbiamo ritenuto importante rispettare la volontà dei nostri allenatori, nonostante fosse chiaro a tutti che era impossibile che Dawan si potesse rimettere. E la verità è che ha ripreso a giocare il 20 di dicembre. Sulla carta sembrava che avessimo perso tempo. In realtà quel mese in più ci ha consentito di assestarci meglio e di capire bene che avevamo un Cinciarini in casa che poteva essere il giocatore nuovo, emergente, di questa squadra».
E la partenza difficile?
«Ricordo che feci un'intervista a caldo fuori dallo spogliatoio a Roma in cui lanciai un messaggio chiaro: stavamo lavorando benissimo, ma la lunga estate della promozione aveva riempito la pancia a tutti. Era fisiologico! Ma dovevamo rimettere in moto quel senso di "paura" positiva che ci aveva trascinato alla vittoria in Legadue: quella che ogni sconfitta era un dramma. Dovevamo tornare ad avere paura. In questo caso di retrocedere. Bisognava ritrovare quella tensione agonistica. Con quella situazione mentale, unita al fatto che stavamo lavorando benissimo ed il gruppo c'era ecco che ci siamo presentati alla partita con Biella con la necessità assoluta di mettere punti sul tabellone. Abbiamo vinto dominando, ed abbiamo rimesso in "moto la macchina". Era solo questione di ritrovare dentro di noi quella fame che ci aveva permesso di dominare la Legadue».
Non credi che sia mutata la percezione che la gente, l'esterno, ha di Pallacanestro Reggiana in questo ultimo anno e mezzo?
«Concordo. Ed è una sensazione molto bella. Prima si percepiva come i nostri successi, e pure gli insuccessi, non venissero vissuti appieno da tutte le componenti. Quando perdevi sembrava che qualcuno fosse pure contento... Ma credo sia stato un limite nostro. Nel non saper comunicare a fondo con il mondo esterno. Forse nel non saper aggregare pur avendo sempre investito sul nostro pubblico. Un'altra chiave di volta è stata anche in una società che si è ricompattata, in cui tutti, nel rispetto dei ruoli hanno voce in capitolo e tutti vengono ascoltati. Poi, diciamolo chiaramente, quei due minuti nella notte di Veroli, in cui tutti noi eravamc seduti immobili sui seggioli ni di via Guasco nell'attesa di sapere se eravamo salvi oppure retrocesso è stato quell'elettroshock che ci serviva. Ecco quel momento ha liberato energie, entusiasmi, voglia di stare vicino alla società e di vivere la pallacanestro, perché Reggio vive di pallacanestro, con un trasporto che era stato smarrito negli anni. Oggi sembra di essere tornati come a metà degli anni '80. Una città intera che respira basket, vive per quello e trasporta, sostiene, spinge l'attività del club. Vuoi la dimostrazione? Su 7 partite in casa abbiamo fatto 5 esauriti. Ho detto tutto».
Un segno che avete saputo anche imparare dai vostri errori...
«Questa è una cosa che leggo e sento spesso: quello di venire accusati di aver cambiato troppo spesso ed ora di aver trovato una stabilità che ci avvantaggia. Allora ci tengo a precisare che in dodici anni di presidenza/proprietà di Stefano Landi solo in tre annate abbiamo cambiato allenatore a campionato in corso. Il problema sai qual è? E' che uno di questi tre anni, è stato il 2011, dove ne abbiamo cambiati tre, perché abbiamo sbagliato tutto. Tutto fin dall'inizio. Ma è anche vero che se non avessimo cambiato andavamo in B dritti, sparati. Ma 3 annate su dodici, mi pare sia la dimostrazione tangibile che questa società è molto restia a cambiare e che vede l'elemento della continuità come imprescindibile per poter ottenere risultati apprezzabili».
La grande luce che illumina il girone d'andata della Trenkwalder è il fatto di aver battuto tutte le dirette concorrenti per la salvezza, con scarti importanti...
«Secondo me c'è una grande continuità di metodo di lavoro, di caratteristiche tecniche dei giocatori, di uno stile di gioco consolidato. Il che fa la differenza nei confronti di squadre che invece hanno cambiato tanto. Abbiamo avuto un vantaggio fantastico, che siamo stati bravi a capitalizzare: quello di aver dato grande continuità ad un lavoro iniziato un anno e mezzo fa. Al cospetto di squadre in cui, e siamo alla fine del girone d'andata, i si devono "ancora guardare in faccia", conoscersi. Quindi la squadra ha reso di più per due ragioni, perché ha dei valori e perché il suo core è insieme da un anno e mezzo».
Un margine di crescita importante, sono quelle sconfitte pesanti, arrivate contro squadre di rango come Sassari e Cantù dove Reggio, sfavorita, è parsa troppo "scarica" per poter competere. Partite che vanno contro il DNA biancorosso di un club che si presenta su tutti i campi a dare tutto. Ecco quei due match è parso quasi che fossero stati messi persi in partenza. E' così?
«E' uno step che dobbiamo salire ulteriormente, ma è anche, probabilmente, un limite strutturale che abbiamo. Siamo davanti ad una doppia analisi. La prima è che quando diciamo che dobbiamo consolidarci in serie A, lo dobbiamo fare anche passando attraverso questo processo: a un certo livello ci sono poche ma ben precise squadre che sono più forti di noi. Questo è un dato di fatto: non siamo pronti per quel livello. Ci vogliamo arrivare, sia chiaro, ma vogliamo compiere i passi giusti per poter raggiungerlo su basi solide e credibili. Quindi dico questo: ci vuole un po' di pazienza. Spero, al ritorno, quando affronteremo queste squadre in casa, che ci saranno le condizioni per potercela giocare punto a punto. E ancora, se questa squadra non ha tensione agonistica, non riesce ad esprimere tutto il suo potenziale. Ti garantisco che, se quelle due partite, contro Sassari e Cantù fossero valse per salvarsi, avremmo giocato dei match ben diversi».
Come vivi la Final Eight?
«La vivo come un sogno. Innanzitutto segnalo che non è una prima volta. Noi alle Final Eight ci siamo andati, e ricordo pure che siamo andati in finale contro la mitica Benetton di coach Messina. Le vivo con felicità perché so che Reggio adora questi grandi eventi. L'idea di sfidare la grande Siena sulla partita secca, su un palcoscenico prestigioso come il Forum, non può non svegliare le coscienze reggiane. Ripeto, le vivo come un sogno, anche perché se penso che un anno e mezzo fa eravamo con un piede in B1, c'è qualcosa di mistico in tutto quello che ci sta accadendo. Poi, in ossequio al risultato del 2005, ti dico che non sarà facile migliorarci, ma che ci dobbiamo provare». Cosa ricordi dell'esperienza del 2005?
«So che stupirò molti, ma ricordo, personalmente, una grande tristezza. Credo che uno dei dispiaceri più grandi che ho vissuto come dirigente di Pallacanestro Reggiana sia stato aver perso quella finale contro Treviso. Perché? Perché quando arrivi lì è un treno che devi prendere, perché non sai quando ritornerà a passare. Ricordo che al ritorno a Reggio dopo quella finale, in una notte piena di neve, andai a mangiare da Prospero, in piazza, e lì fu proprio patron Landi a provare a rincuorarmi. Ma ero veramente alle soglia delle lacrime».
Per quanto riguarda la salvezza, ti senti tranquillo?
«Guarda, io inizialmente avevo detto che a 20 punti si poteva stare tranquilli. Ma adesso la situazione e cambiata. C'è una sola retrocessione e penso che già a 18 si possa dire ragionevolmente di essere salvi. Quello che mi dà fiducia è che dietro di noi ci sono tante squadre. Ma voglio essere chiaro su una cosa: salvezza o non salvezza, non tollererò cali di tensione. Questa squadra deve stare "in tiro". Deve avere stimoli continui. Così, una volta colta la salvezza, è giusto puntare ai play off. In fondo ci sono dieci squadre per otto posti, e noi siamo una di quelle».
Cambiando argomento: lo stato di salute della società com'è?
«E' solido. Con un'emotività ritrovata, forte. Figlia, anche, di grandi delusioni. La capacità di aver saputo soffrire, ti permette, oggi, di godere di più dei risultati che stiamo cogliendo. Vedere patron Landi felice, vedere il mio presidente (Paterlini, ndr) esultare dopo un successo ed avere sempre il Pala Bigi esaurito dà grande energia».
E quanto, questa crisi, sta impattando sul club?
«Per fortuna non tantissimo. Nel senso che, paradossalmente, dal punto di vista dei costi non ci sono significative differenze tra quanto spendiamo in serie A rispetto alla Legadue degli anni passati. Quello che accade è che in serie A abbiamo maggiori ricavi. La verità è che essere tornati nella massima serie ci fa stare più tranquilli dal punto di vista economico e finanziario». Sul palasport, o meglio, sulla riqualificazione dell'area di Via Guasco, ci sono novità? E' da un po' che non se ne parla...
«Il progetto è piaciuto subito a noi come società, perché è la soluzione migliore prospettata stante l'impossibilita di farne un'altra (il nuovo pala, ndr). L'idea è nuova: riqualificare un'area depressa del centro storico, creando un ambiente in cui tutta Reggio si partecipare ad un evento collettivo. In più a noi è piaciuta anche l'idea di poter ottimizzare le aree circostanti con la casa sul viale per creare un grande polo sportivo/commerciale. La palla è nel nostro campo, perché con noi l'Amministrazione è stata chiara: non ci sono soldi. Dobbiamo capire quanti soldi Pallacanestro Reggiana, ergo i nostri soci, possono tirar fuori per la riqualificazione. Ti chiarisco: stiamo parlando di un'operazione da 8, 9 milioni di euro. In cambio avremmo la gestione pluriennale della struttura e la casa ad angolo che diventerebbe la nuova sede del club, con foresteria annessa e parte commerciale. Ripeto: l'idea ci piace, ma prima di muoverci, vogliamo essere sicuri di avere la copertura finanziaria».
Sei nella Commissione Marketing della Lega. Ci puoi dire una cosa su cui lavorerai forte di questo ruolo?
«Ti dico, il mio impegno è quello di lavorare per provare a rendere popolare questo sport. Perché è evidente che c'è una totale discrasia tra la bellezza della pallacanestro e il livello di poplarità che questo gode su scala nazionale. Per essere popolari, bisogna avere visibilità a costo anche di non guadagnare nulla. Quindi l'obiettivo è avere passaggi precisi. Che sia sul satellite o sul digitale non lo so. Ma che siano prodotti di qualità alta, in uno spazio consolidato. Noi dobbiamo avere la forza di andare in mezzo alla gente e farci conoscere. Se oggi soldi non ce ne danno, vuol dire che non valiamo niente, e a questo punto, allora, è meglio"regalarci" ma entrare nelle case della gente».
Ultima domanda, Alessandro: come immagini Pallacanestro Reggiana tra tre, cinque anni? Qual'è la tua visione?
«Beh, innanzitutto mi auguro di essere in pianta stabile in serie A. Di non avere mai il terrore di retrocedere. Il che vuol dire, lavorare bene, perché ogni anno c'è una squadra che non t'aspetti che rischia di andare in Legadue. Di avere un nuovo impianto che possa diversificare in modo efficace i servizi offerti ai nostri spettatori e di creare intorno alla squadra una passione popolare che faccia sì che la pallacanestro sia qualcosa a cui tutti vogliano partecipare e in cui tutti si riconoscano. Infine, il sogno, per me è tornare in Europa. Perché l'esperienza di partecipare alle coppe europee è un momento di crescita sportiva per le squadre che si affrontano sul campo, ma è anche un momento di crescita personale e professionale, perché si conoscono professionalità diverse, si migliora sotto l'aspetto della conoscenza e dell apertura mentale. Si colgono spunti, idee nuove. L'Europa, ricordatevelo bene, è un piacere, è un'opportunità e non un problema. Quindi gli step sono, nell'ordine: consolidarci in serie A, tornare in Europa e prima o poi entrare a far parte delle big del basket italiano».

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