Valerio Bianchini, l’Arcitecnico: le “nuove” qualità di Luca Banchi

Valerio Bianchini

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Mentre nell'intervallo della finale di Coppa Italia, i ragazzi della break dance evoluivano sul parquet del Forum davanti a ottomila spettatori, io pensavo agli inizi degli anni 70, quando le prime fasi della Coppa Italia erano considerate un'occasione di propaganda per il basket in luoghi remoti della Penisola.

Le squadre di serie A a quei tempi, erano tenute a qualificarsi giocando contro squadre di serie C, allo scopo di portare il “Grande Basket” a pubblici che non avevano mai visto giocatori stranieri dal vivo, né i più famosi campioni italiani se non alla tv, mitizzati da Aldo Giordani.

Puglisi racconta ancora di quando, allenando la serie C a Catania, vide sbarcare i mitici giocatori della grande Ignis e seppellire di canestri la sua squadra, mentre il popolo rapito guardava con stupore quei campioni, come gli Indios Atzechi quando videro per la prima volta i soldati a cavallo di Cortes, sbarcare dai vascelli spagnoli.

Io allora allenavo la Stella Azzurra di Roma e in un week-end di precampionato ci toccò in sorte di giocare il nostro turno di qualificazione a Montegranaro, che allora militava in serie C. Ci avevano spiegato che l'incomodo di arrivare da Roma fino alle Marche aveva appunto uno scopo di propaganda: mostrare una pallacanestro, presumibilmente di buon livello, interpretata da giocatori di serie A e soprattutto dal nostro americano che era Dave Sorenson, un giocatore di grande pregio, rilasciato da Red Auerbach come ultimo taglio dei Boston Celtics.

Arrivammo sul posto convinti di essere accolti dagli appassionati locali come ambasciatori del buon basket, ma già nel riscaldamento capimmo che l'atmosfera non faceva presagire un attesa messianica del nostro basket.

I tifosi nelle tribunette dell'angusta palestra erano molto più interessati alla loro squadra che alla nostra e facevano capire chiaramente ai propri giocatori che si aspettavano che il Montegranaro eliminasse la vanitosa squadra di Roma con le buone e con le cattive. I giocatori di Montegranaro sul campo erano perfettamente in linea con le aspettative dei loro tifosi. Naturalmente i miei, che pensavano di fare una esibizione tipo Harlem Globetrotters contro i Washington Generals... dire che rimasero sorpresi è poco. Meglio dire che restarono sconvolti, al punto di farsi infilare dai nativi in tutti i modi, contro qualsiasi abbozzo di difesa io azzardassi a proporre. Si profilava il rischio di una clamorosa eliminazione della Città Eterna dalla Coppa Italia per mano di una cittadina che era stata per secoli un dominio del Papato di Roma. 
Per fortuna, a quei tempi, in situazioni critiche, alla squadra considerata più forte veniva in soccorso qualche opportuno fischio riparatore, tale da rimetterci in carreggiata e ridare animo perfino a un assai perplesso David Sorenson, che da pochissimi giorni aveva lasciato il famoso parquet a listelle incrociate del Boston Garden. Ovvio che i tifosi nelle tribunette non prendessero la cosa dal verso giusto. Fu così che la nostra “mission” di propagandare nelle province la plastica bellezza del basket e la sua armonica sinfonia si concluse con una preoccupata permanenza negli spogliatoi, sotto l'assedio dei tifosi inferociti e per niente ammaliati dal Grande Basket della Capitale.

Dunque era bello per me comparare quei ricordi con lo spettacolo del Forum.

Lì,in quel posto, in quel momento, molto più che nelle gare di campionato, mi sembrava di vedere quanta strada aveva fatto il basket da quei tempi ad oggi e quanta potenzialità dimostrava il successo dell'avvenimento di Milano.

Credo che una buona parte del merito dello spettacolo sempre avvincente che hanno dato le squadre, vada ascritto agli allenatori e ai giocatori italiani che stanno finalmente riconquistando il palcoscenico come avviene negli altri paesi d'Europa.

Da Arcitecnico, mi preme sottolineare il grande lavoro fatto dallo staff tecnico della Mens Sana in questi cinque mesi di attività dopo la grande rivoluzione messa in piedi dalla società, che aveva concluso un ciclo record di sei scudetti consecutivi.

L'eredità raccolta da Luca Banchi era pesantissima e gli inizi sono stati difficili, molti dubitavano delle possibilità di Siena di mantenere i livelli di gioco del passato. Ma la società non ha mai dubitato dei suoi uomini. Ha lasciato che Banchi si occupasse prima della difesa, a rischio di lasciare troppa briglia sciolta al nuovo playmaker/realizzatore Brown, ha consentito a Daniel Hackett, new entry, di prendere le misure della nuova squadra (un salto enorme e coraggioso per lui) e di adattarsi bene al duplice ruolo di guardia e anche playmaker, fino a essere libero di scoprire in sé una straordinaria vena di leader.

Il neocoach poi ha sistemato anche l'attacco governando il talento selvaggio di Brown dentro una logica di squadra. Ma quello che apprezzo di più in Siena  sono alcuni principi che spesso sono desueti nel basket di oggi.

Il primo riguarda la difesa. Sappiamo quanto e' rigorosa la difesa a uomo di Siena come fu costruita da Pianigiani, ma rispetto al suo predecessore che realizzava il gioco come una grande armonia sinfonica, coach Banchi è più pragmatico e più tattico, come testimonia l'uso di svariate difese a zona e zone-press, inoltre ha una spiccata versatilità che è indispensabile per raddrizzare l'andamento di certe partite e che, devo dire, manca a molti colleghi della sua generazione. Infine quel che mi piace è il suo rispetto dell'antico concetto di avvicinamento al canestro, oggi stravolto dall'abuso del tiro da tre. Siena avvicina sistematicamente la palla all'area con il classico P/R ma anche portando gli esterni spalle a canestro ogni volta che è possibile e solo dopo che la difesa ha collassato contro l'intruso, riapre per il tiro sul perimetro. Inoltre anche Eze, partita dopo partita, comincia a ritrovare la sua capacita' di intimidazione e la velocita' del suo “roll” a canestro, che con Pianigiani era proverbiale. Bene l'organizzazione milanese delle finali, bene i giocatori italiani, ma bene anche gli allenatori che forse porteranno il basket fuori delle secche, prima che gli “innovatori” completino i loro disastri.


Valerio Bianchini

valeriobianchini@hotmail.com

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