Virtus Bologna: la fine di un ciclo?

Il 2 aprile 1971 la Virtus Bologna batteva la Cecchi Biella per 68-49 nel primo dei tre spareggi per evitare la retrocessione. Poi i piemontesi sconfissero 67-58 la Libertas Livorno che a sua volta conquistò la salvezza grazie allo stitico e probabilmente concordato successo per 49 a 44 sulle Vu Nere. 

Il 3 marzo 2013 la Virtus Bologna si fa uccellare a Biella e qualcuno evoca il ritorno dello stesso spettro di 42 anni prima, con solo quattro punti di vantaggio in classifica sull’ultima, nonostante siano poi virtualmente sei o addirittura otto contando il confronto diretto favorevole con Biella e il +18 su Pesaro all’andata e la partita da recuperare con Avellino. Allarmismo ingiustificato, dunque? No, perché i calcoli riguardano una squadra disarmata e disarmante, male costruita e peggio gestita e al di là dell’emergenza questa Virtus rappresenta per forza di cose la fine di un ciclo il cui bilancio può essere solo in minima parte determinato dal piazzamento finale in questo campionato.

La retrocessione, la prima nella storia del club, sarebbe la morte civile? Forse no, dal momento che già nel 2003 il club e i tifosi subirono questa “onta” per poi ritrovarsi dopo soli quattro anni in una finale scudetto. La permanenza di Claudio Sabatini alla guida del club però, potrebbe, in tutti i casi, rappresentare un problema, dieci anni dopo quella operazione salvataggio che gli ha garantito a lungo un’indulgenza parziale ma assolutamente non plenaria. La sua spinta propulsiva e propositiva è andata esaurendosi probabilmente insieme al credito - parliamo in termini economici, ma non solo - di chi lo ha sostenuto fin dal primo momento e l’idea che gli sponsor potessero reggere il giochino indipendentemente dal concorso del pubblico al botteghino si è rivelata per qualche tempo redditizia ma poi sempre meno efficace. E l’intera attività di Sabatini “con” e “per” la Virtus, agli inizi e a lungo scoppiettante, ha iniziato a perdere colpi e dai fuochi d’artificio si è passati alle castagnole.

Sarebbe lunghissimo l’elenco delle iniziative prese da parte di uno che cento ne pensa e dieci ne fa, ed è già una bella media, ma altrettanto lunga sarebbe quello delle dismissioni, per così dire, da un sacco di progetti ed iniziative collaterali a quello che era e dovrebbe essere il nocciolo della questione: l’attività sportiva della prima squadra - lasciando perdere annessi e connessi dei settori giovanili - quindi i risultati sia da un punto di vista sportivo che economico.

Dopo 10 anni si può tracciare un bilancio? Un andamento è sicuro ed è caratterizzato dal declino sia in termini indiscutibili di prestazioni sportive che di concorso al botteghino, per un palasport che se presenta spesso spalti affollati è per via di quelle truppe cammellate o carrellate che in tempo di crisi accettano volentieri qualsiasi biglietto omaggio.

Una tifoseria rinnovata e a Sabatini va bene così perché non deve fronteggiare una massa critica: massa come numeri e critica perché avezza a ben altre gestioni e a ben altri successi.

Meglio avere giovani neofiti che vecchi (insomma, anche solo quarantenni, poi...) che non ricordano solo Ginobili o Danilovic o Cazzola e la Kinder, ma anche se non soprattutto Porelli, quello che dalle rovine degli spareggi di Biella del 1971 costruì poi la Virtus solida per almeno altri trent’anni.

Perché il vero peccato in essere è aver avuto la pretesa di distruggere un’idea di Virtus che non era solo caviale e champagne, ma appartenenza. Una Virtus che non prometteva sogni in estate secondo le visioni virginali degli stagisti, ma che per tutte le altre stagioni garantiva una minima garanzia di qualità. Quella ormai clamorosamente inesistente sui campi di gioco, dove si presenta una Virtus sbrindellata e neppure più di tanto sbeffeggiata, quasi che la sua pochezza annulli preventivamente qualsiasi livore o furore. A ben vedere, la peggiore delle sorti, sportivamente parlando: fare pietà e peggio che fare "schifo". Parliamo della squadra nel suo complesso, ovvio, perché nei confronti di certi personaggi l'antipatia, a volersi fermare qui, è forte e dimostrata sia in trasferta che a Bologna.

Finisca come finisca, nella forma e nella sostanza questa è la peggiore Virtus dai tempi dei già citati spareggi.

Anzi, peggio: perché quella aveva in sé gli anticorpi per tornare a stare bene e non era stata mai abbandonata dallo zoccolo duro del suo pubblico.

Questa lascia molto perplessi sul suo futuro, ha una tifoseria volatile e una squadra che in prospettiva va comunque azzerata ed è difficile credere che possa farlo con successo chi l’ha ridotta così, ai minimi termini di qualità, continuando ad operare male. In prima battuta sul mercato, poi è evidente che qualcosa non torna ancora nei rapporti all’interno del club: troppi “casi” soprattutto fra gli Usa per non credere ad una distorsione di fondo del “sistema”.

Previsione conclusiva: a metà primavera i media potranno riproporre - chi in maniera acritica, chi con ripetuto scetticismo - le stesse dichiarazioni di Sabatini da un po’ di anni a questa parte: lascio, mollo, aspetto compratori, chi è bravo si faccia avanti, i canditi son finiti, volete fare la fine della Benetton eccetera, eccetera. Per poi aspettare e far attendere. Sabatini del resto è sempre stato senza mezze misure: dai proclami quotidiani al silenzio rotto a fatica, segno - penso - che la carica della molla sia finita.

Ma non è a lui che ci si dovrebbero chiedere novità, semmai da chi l’ha sostenuto finora: una vecchia fondazione o una nuova rifondazione, per non lasciare affondare la Virtus, dieci anni dopo. Rendendosi conto, o senza far finta di non sapere, che altrove fanno di più e meglio e con meno risorse e che non servono sceicchi o ricchi scemi. Porelli quando entrò in Virtus era un avvocato giovane, ma era bravo. Ecco: giovani o vecchi, Ricchi e Poveri (citazione voluta) l’importante è sempre e soprattutto che siano bravi. Ma ce ne vogliono di bravi anche a trovarli, ormai, fra l’Arcoveggio e Casalecchio...


Franco Montorro

Direttore BasketNet

I più letti