Valerio Bianchini, l’Arcitecnico: «Il pensiero debole cestistico»

Valerio Bianchini

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 La partita tra Sassari e Varese di domenica scorsa è stata certamente molto bella e avvincente, così come avvincente è il duello tra queste due squadre per il primato del momento. Tuttavia proprio il tipo di basket prodotto da queste squadre è un indice abbastanza valido della cifra totale che la pallacanestro esprime quest'anno nel suo massimo campionato.

Un campionato che era nato francamente sotto il segno del pessimismo: la crisi economica che minaccia non solo il gioco ma anche l'esistenza stessa di alcune squadre, faceva presagire una stagione sotto tono. Il drogaggio di stranieri dell'ultimo decennio, se da una parte era riuscito a mantenere le squadre su un livello competitivo accettabile, dall'altra aveva depauperato il parco giocatori italiano, divenuto drammatico con il ritiro generazionale degli azzurri di Atene che non trovavano sostituzioni adeguate nella generazione successiva, desertificata dalla sinecura dei vivai, dalla totale assenza del basket nelle scuole e dalla mancanza di un campionato di formazione per i migliori ragazzi usciti dalle giovanili e non ancora pronti per il professionismo. Ora, nonostante la crisi economica perdurante riducesse drasticamente le risorse per acquisire stranieri di livello, le società hanno continuato a imbottire di stranieri le loro squadre, ma il livello di molti era francamente inadeguato anche al campionato svizzero. Gli allenatori che nelle stagioni scorse, percossi dal libero mercato e precari più che mai, si erano abituati a “lasciar fare agli americani”, ora erano nudi e molti degli italiani fin allora negletti prendevano spazio davanti agli stessi stranieri. Ora era evidente che avrebbero avuto ragione le società capaci di completare organici affidabili (italiani inclusi), messi nelle mani di allenatori in grado di tornare ad “allenare” i giocatori, e a dare una veste tecnica e una personalità al gioco delle loro squadre.

A questo punto della stagione sembra che le squadre si siano alla fine rivelate nei loro pregi e nei loro difetti. Ma qual'è la qualità tecnica globale di questo campionato? Se dovessi fare un paragone con il mondo della cultura, di cui comunque lo sport fa parte, direi che il basket italiano riflette il tempo del “pensiero debole” e mi perdoni il filosofo Pier Aldo Rovatti, padre di questa teoria, che è stato un giocatore di basket della Canottieri Milano.

Anche nel basket come nella filosofia, sembra che non ci siano più pensieri forti, teorie su cui strutturare un' interpretazione dello spirito del gioco. Cartesio non funziona più ma neanche la difesa a tenere su un lato di Sandro Gamba, Kant sembra sorpassato e con lui anche il “passing game” di Tonino Zorzi, Hegel si è perso nei cieli dell'idealismo come l'attacco alto/basso di Taurisano, Marx è morto e anche Bobby Knight non si sente tanto bene.

Guardiamo la parte alta della classifica: Varese ha un organico molto equilibrato tra interni ed esterni e gioca un ottimo attacco contro la difesa a uomo. Balbetta contro la zona e nonostante l'atteggiamento difensivo “uomo contro uomo” sia corretto, denuncia non poche amnesie nel controllo degli uomini lontani dalla palla. Inoltre la conduzione tattica delle partite segue i protocolli come i medici negli ospedali che non vogliono correre rischi.

Nessun “elan vital”, niente colpi d'ala, il protocollo èimmutabile come la Torà.

Sassari è un discorso tutto a parte, ma bisogna dire che Sacchetti e' l'emblema stesso del “pensiero debole cestistico”. La sua fiducia nei tiratori è incrollabile, vuole il tiro dopo 6 secondi, eppure se il gioco va avanti la circolazione periferica della palla è ammirevole, tutti intorno all'arco dei tre punti, attirano fuori area con la loro pericolosità i difensori avversari e impediscono l'aiuto sul lato debole contro le penetrazioni dei due terribili cugini. Non solo, si sta facendo largo nella squadra anche un' attenzione difensiva che darebbe ulteriore consistenza alle speranze sassaresi, pur restando nel solco della più dichiarata pallacanestro del pensiero debole.

Ma alle spalle di queste due si fa largo silenziosa e implacabile Roma, che, forse per la vicinanza del Papa Emerito e della sua decisa avversione per il relativismo e dunque anche per il pensiero debole, sembra la riedizione delle Crociate. “Deus vult!” e sospinti da Calvani nelle vesti del monaco Zenone, vanno verso la Terra Santa dello scudetto, attraversando con fede lo cavalcone in fila longobarda. Calvani-Zenone, crede e spinge i suoi a credere nella zona press, nella difesa anticipata, nel contropiede, nei rimbalzi d'attacco, con tanti saluti al pensiero debole. L'unico problema è che, come i Crociati veri, anche gli uomini di Calvani tendono a volte a lasciarsi distrarre dai piaceri “de lo mondo” e, per fortuna raramente, da guerrieri si trasformano in molli sibariti.

Sta di fatto che la “Virtus de noantri”, considerata inizialmente “pietra di scarto” sta diventando, come dice la Bibbia, la pietra angolare dei prossimi play-off.


Valerio Bianchini

valeriobianchini@hotmail.com


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