Valerio Bianchini, l'Arcitecnico: «Roma deve tornare nel suo Palaeur»

In prossimità dell'inizio dei playoff e con la Virtus di Calvani in ascesa verso le posizioni alte, si pone il problema al club se tornare o meno al Palalottomatica.

Anche nella fatidica stagione 82/83, l'allora Banco di Roma, superati gli ottavi, si trovò davanti alla scelta se continuare nella rassicurante bomboniera del Palazzetto di viale Tiziano o emigrare coraggiosamente sotto le volte del Palaeur che allora contenevano più di 16.000 spettatori.Il Banco aveva terminato il campionato al primo posto, inoltre le magie di Larry Wright avevano risvegliato la passione dei romani per il basket dopo circa un triennio, tra lo scioglimento della Stella Azzurra e la crescita della nuova Virtus voluta dai vertici aziendali del Banco di Roma.

Io, coach, allora caldeggiai con fervore il ritorno al gigante addormentato sulla collina dell'Eur. Da ragazzo l'avevo ammirato in tv ospitare le grandi squadre del vasto mondo alle Olimpiadi di Roma. Poi ne ero rimasto ammaliato qualche anno dopo, viaggiando da Milano a Roma per assistere agli spareggi tra Simmenthal e Ignis. Infine da allenatore della Stella Azzurra , quando Luciano Acciari, presidente stellino, decise di portare la squadra del collegio, allora in serie B,sotto le immense volte deserte del Palaeur, al primo allenamento in quel palazzo che ci sembrava immenso, fermai i giocatori attorno al campo e dissi loro: «Guardate ragazzi su questo parquet ci sono ancora le impronte di Oscar Robertson, Jerry Lucas, Jerry West che conquistarono qui la medaglia d'oro delle Olimpiadi romane!» E il solito spiritaccio romano aggiunse: «Hai ragione coach, infatti è da allora che non l'hanno più spazzato».

Ora, di fronte alle semifinali contro Cantù, il Banco non poteva per timidezza, o timore di fare un passo troppo lungo, negare il Palaeur ai tifosi romani che si erano moltiplicati. Giocammo cosi' gara-uno sotto le volte del Palaeur, con molti dubbi e qualche rimpianto per il calore del Palatiziano.

Ricordo che nello spogliatoio, prevedendo che il nostro abituale pubblico si sarebbe disperso sulle tribune e sugli anelli semideserti della nostra nuova casa, dissi ai ragazzi di non pensare al pubblico ma di scavare un tunnel mentale nel campo e pensare solo agli avversari. Fu uno dei numerosi errori di valutazione con i quali ho costellato la mia carriera nel basket. Uscimmo nella luce del campo e attorno a noi una folla che ci parve immensa ci accolse mozzandoci il fiato. Il fiato restò mozzo a lungo, tanto che perdemmo gara uno e ci toccò andare a vincere a Cantù per riportare quella folla a gara tre al Palaeur. Ma questa volta eravamo nella pienezza della “nostra Casa” e del nostro pubblico.

Ora qualcosa di simile lo devono provare gli uomini della Virtus che non possono lasciare il loro gioiello sminuirsi nell'inadeguatezza del Palatiziano, poco piu' di una palestra scolastica. Il Palalottomatica è uno dei luoghi mitici del basket italiano. Uno di quei luoghi che favoriscono con la loro storia e il loro prestigio i grandi successi dello sport. Il Palalottomatica, entra di diritto nel novero delle grandi, storiche arene d'Europa, per la finale di Coppa delle Coppe vinta da Cantu' contro Barcellona nel 1981, per lo scudetto dell'83, per le coppe dei Campioni e le coppe Korac giocate e vinte sotto le sue volte. Questi luoghi devono essere rispettati perché fanno parte della storia di una città. E laddove si apre la possibilità di un grande evento sportivo come possono essere i prossimi playoff, deve esserci un concorso di tutti affinché il miracolo avvenga: la disponibilità di chi lo gestisce di dare il palazzo a un costo equo, la volontà del club di tornare a ragionare per un grande pubblico, l'interessamento del sindaco di Roma, perché proprio in tempo di crisi lo sport è una straordinaria occasione per riaccendere speranza ed entusiasmo nel cuore dei cittadini.


Valerio Bianchini

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