L’apice di LeBron di Simone Basso

LeBron James

LeBron James

Rendez vous decisivo in Nba, come sempre di questi tempi l’epilogo della stagione regolare annuncia la vernice dei playoff. L’avvicinamento alla rumba, cinque mesi e mezzo di partite a un ritmo folle, quasi quattro alla settimana, ha chiarito molte cose tranne (vivaddio) il nome della prossima squadra campione. Sternville bipolare, con gli Heat detentori del titolo che hanno maramaldeggiato a Est e invece, nella conferenza occidentale, un mucchio selvaggio di sfidanti. D’altronde solo Miami può esibire Re James, forse all’apice di una parabola tecnica straordinaria: quest’anno l’eterno Mvp ha scomodato, nel rendimento offensivo, la perfezione e la versatilità del Larry Bird più leggendario, quello della seconda metà degli anni ottanta.

Dietro LeBron e Flash Wade, a debita distanza, nella Eastern, ci sono gli ambiziosi e costosissimi New York Knicks: Carmelo Anthony – primo capocannoniere della Grande Mela dai tempi del grande Bernard King (1985) – è il miglior attaccante del mondo con uno Spalding tra le dita. Il suo problema è che i campionissimi che fanno la differenza, storicamente, hanno un’altra attitudine quando non hanno la palla in mano… Risulteranno quindi decisivi, per le sorti della truppa di Mike Woodson, i lunghi come Chandler e Martin.

Se Indiana, dal gioco lento e intimidatorio, pare una minaccia per entrambe le favorite alla finale orientale, ma sconta la poca affidabilità nei momenti decisivi, ci sarebbe un combo con un sistema perfetto per mettere in crisi soprattutto Miami. I Bulls di Thibodeau, la migliore transizione difensiva della lega, avrebbero pure lo slasher (il penetratore) ideale per smontare il fortino degli Heat: Derrick Rose, infortunatosi al ginocchio proprio un anno fa. Che però è, a dispetto dell’accertato pieno recupero fisico, nel bel mezzo di una crisi d’identità con la dirigenza dei Tori; un braccio di ferro che potrebbe lasciare ferite indelebili nel futuro di questa portaerei. Prima di lasciare l’Atlantico per il Pacifico, due righe per Nets e Celtics: i primi, dalla chimica collettiva sospetta, hanno tanto talento (Joe Johnson, Deron Williams, Brook Lopez); gli altri, veterani di mille battaglie, Garnett e Pierce su tutti, sono una brutta pesca per i Knicks…

L’Ovest comunque è più incerto, pericoloso, fin dal primo turno. La lotta per il primo posto è stata appassionante fino all’ultimo, una battaglia generazionale tra due franchigie che condividono identità e persino provenienza del personale: Oklahoma City e San Antonio. I Thunder, capintesta della Western e finalisti dieci mesi fa, hanno il potenziale per arrivare alla parata di Giugno: Capitan Futuro, l’incredibile Kevin Durant, guida uno squadrone con un reparto lunghi (Ibaka, Perkins) e specialisti difensivi, tra i quali l’elvetico Sefolosha (All Star a vita nella parte del campo che conta di più…) e l’enciclopedico Collison, con pochi eguali. Il punto interrogativo saranno le lune alterne di Westbrook, cyberatleta quasi sempre inarrestabile uno contro uno ma, nelle viscere delle partite meno semplici da leggere, playbreaker deleterio per OKC stessa.

Gli Spurs invece sono all’ultima occasione con l’intramontabile Tim Duncan e un Tony Parker che è ormai lo “straniero” numero uno del campionato. Chissà se l’emergente Kawhi Leonard saprà affiancare il glorioso (e acciaccato) Ginobili nei minuti qualità delle sfide sul filo… Il fronte occidentale non si esaurisce qui: i Clippers, i figli minori di Los Angeles, schierano (tra quintetto e panca) una quantità complessiva straordinaria. Essendo però votati all’autogestione, con buona pace dell’allenatore Vinny Del Negro, cercano un equilibrio instabile tra il genio del pifferaio magico Chris Paul e il resto della ciurma; di sicuro straripante fisicamente, Griffin, DeAndre Jordan, Bledsoe, ma ancora alla ricerca di un collante, un facilitatore, che li renda meno monotematici nelle trame offensive. Basterebbe forse il Lamar Odom di due anni fa?

Attese alla prova del nove anche Denver e Memphis, sorta di yin e yang della pallacanestro contemporanea. L’utopia felice di George Karl, i Nuggets run and gun zeppi di tuttofare atipici (Iguodala, Miller, Chandler) e di corpi bionici (Faried, McGee) contrapposti ai Grizzlies dei finti magri Zach Randolph e Marc Gasol, la combinazione alto-basso (in post) più letale del lotto. Proprio la serie che vedrà l’incrocio tra la compagine del sottovalutato Lionel Hollins e i Clippers della teoria del caos sarà il piatto forte di questo fine settimana, anche se il pubblico non avrà occhi che per la classica Spurs-Lakers.

Last but not least, abbiamo appunto lasciato in fondo il reality più famoso e chiacchierato d’America, i Lakers 2013. Nell’anno della morte del proprietario Jerry Buss, un innovatore, un precursore nella gestione di una realtà iperprofessionistica, l’infortunio a Kobe Bryant (rottura del tendine d’Achille sinistro) chiude simbolicamente un’epoca. Caratterizzata proprio dal Mamba Nero, nella trinità dei Grandissimi nel ruolo di guardia tiratrice con Jordan e West, un fuoriclasse che, in questo evo, ha imposto la propria volontà ferrea anche a discapito della logica. I Lacustri costruiti nell’estate 2012 erano irresistibili a tavolino ma il parquet ha raccontato un’altra verità, peraltro già intuibile a carte ferme. Vecchi, afasici e inadeguati difensivamente, con la Fossa delle Marianne di una delle peggiori combinazioni piccolo-lungo mai viste per limitare il pick and roll altrui. Ovvero Nash e Howard: la dimostrazione pratica che la raccolta di figurine, in un mondo che prevede il tetto salariale e un’etica calvinista del denaro, per fortuna non paga.
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